Tomás Munita

Tomás Munita è un fotografo cileno. Tra i molti premi che figurano nel suo profilo, basti menzionare il World Press Photo Award ed il Leica Oskar Barnack Award conseguiti nel 2006.

Tomás ti colpisce dentro. E non lo fa solo tramite la denuncia sociale. I suoi personaggi sono strettamente vincolati alle proprie radici culturali ed alle problematiche sociali; ciò non è altro che una sovrastruttura architettonica che trova le sue fondamenta nella luce. In ogni scatto si assapora il valore che il fotografo conferisce all’illuminazione della scena.

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Con l’illuminazione Munita modella personaggi, ambientazione e, di conseguenza, il messaggio. Questo perché per Tomás Munita «si tratta di come la luce agisce sui luoghi, del modo in cui entra in una stanza o colpisce una strada o tinge il cielo di un certo colore, o ancora di come la luce plasma gli oggetti e le persone e crea il volume. La cosa interessante è la nostra reazione alla luce.»

Come un abile direttore della fotografia di un film, egli sceglie l’illuminazione giusta per descriverci con i suoi occhi ciò che ha visto e cosa ha provato. L’incidenza della luce nelle foto del lavoro sullo Shah Bazar ne è un esempio lampante. Tomas ci confessa che «il mio modo di intendere la luce ovviamente affonda le sue radici nella pittura». Goya, Rembrandt, Caravaggio, Durer, Rubens, Klimt e Degas sono alcuni tra i pittori che lo hanno sempre affascinato. Spesso molti scatti sembrano dei dipinti e come le tele di Michelangelo Merisi (Caravaggio) hanno l’incidenza della luce naturale e delle aree completamente nere. A proposito di nero, mi ha colpito molto l’utilizzo che Tomás ne fa; egli lo adotta sia come “non informazione” per favorire e dare risalto ad altri aspetti della scena sia come una cornice atipica, che come forte elemento di contrasto. Al nero, alle ombre si contrappongono spesso raggi di luce, occhi di bue naturali, sottili fili di speranza.

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Idee in Bianco e Nero ha avuto recentemente l’opportunità di intervistare Tomás.

IiBN: «Il particolare utilizzo della luce crea una forte atmosfera nei tuoi scatti. Ci farebbe piacere saperne qualcosa di più.»
TM: «E’ veramente difficile spiegare il significato che la luce ha per me. Si tratta di come la luce agisce sui luoghi, del modo in cui entra in una stanza o colpisce una strada o tinge il cielo di un certo colore, o ancora di come la luce plasma gli oggetti e le persone e crea il volume. La cosa interessante è la nostra reazione alla luce. C’è qualcosa riguardo la percezione che si fissa attraverso la luce, suggerendo una dimensione psicologica. Non so dire di più, è semplicemente qualcosa di affascinante e profondamente emozionante.»

IiBN: «Se dovessi scegliere un solo nome, chi è il fotografo che ti ha influenzato di più?»
TM: «Josef Koudelka. Per anni ho sfogliato e risfogliato i suoi libri, imparando da lui, dalla sua poesia.»

IiBN: «Chi sono i fotografi che ti ispirano oggi e perché?»
TM: «Ovviamente ce ne sono molti e James Nachtwey è probabilmente il primo. Forse ciò che lo spinge davvero non è la fotografia, ma l’umanità. La sua opera è veramente potente. La luce, la composizione e la bellezza sono elementi plastici, strumenti che usa per portarci dentro il dramma della modernità. Il modo in cui Nachtwey interpreta la fotografia è così umile, persino semplice; dà voce a persone che altrimenti non avrebbero modo di esprimersi. Egli documenta magnificamente e con sensibilità la lotta delle persone e dei popoli, e il significato del nostro agire (o non agire) nei riguardi della vita di chi soffre. Non c’è né gioco né presunzione, solo l’urgenza di comunicare un messaggio. Non è questo il mio modo di fare fotografia; devo dire che io sono profondamente attratto dalla pura visione, dal modo in cui comprendo il mondo attraverso ciò che vedo, attraverso gli elementi e le loro trame e i colori e le azioni della gente, ma Nachtwey si è spinto più in là, nel fotogiornalismo, e ha dato a tutto questo un significato potente e necessario.»

IiBN: «Nelle tue immagini dello “Shah Bazar”, la luce colpisce i soggetti lateralmente. Le immagini sembrano dipinti del Rinascimento italiano. Sei mai stato ispirato dall’opera di pittori o scultori?»
TM: «La pittura mi ha sempre affascinato, e in particolar modo le opere di Goya, Rembrandt, Caravaggio, Durer, Rubens, Klimt, Degas e molti altri. Solo successivamente ho iniziato a imparare dalle opere di fotografi. Il mio modo di intendere la luce ovviamente affonda le sue radici nella pittura.»

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IiBN: «Cosa implica per te il fatto di essere un fotografo sudamericano e, in particolare, cileno?»
TM: «Come molti latinoamericani sono piuttosto legato alla mia realtà, alla realtà della gente che mi circonda e in molti casi alla loro lotta per la sopravvivenza. Qui in Cile abbiamo vissuto molti anni sotto una pesante dittatura, e i fotografi cercavano di denunciarne la brutalità attraverso le immagini, mettendo a rischio le loro vite. E sono questi i fotografi che considero i miei maestri. Chi viaggia in America Latina ha modo di osservare ovunque le eredità del sistema coloniale, la disuguaglianza, le spaccature nella società, il modo in cui gli altri si pongono rispetto alla natura e la sofferenza di tanta gente. Semplicemente, è difficile evitare questi soggetti. Molti di noi vogliono parlare della dignità degli oppressi, vogliamo creare ponti che avvicinino la gente. E la bellezza gioca un ruolo fondamentale in questo senso.»

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Il sito di Tomás Munita.

Pubblichiamo qui di seguito il testo in lingua inglese dell’intervista che Tomás Munita ci ha concesso.

IiBN: «There is so much mood in your lighting scenes. Do you mind telling us something about it?»
TM: «It is hard to say what light means to me. It is just what light does to the places, the way it enters into a room or falls on a street or the color it dyes the sky, the way it molds objects and volume and people. And the interesting thing is our reaction to it. There is something on perception that fixes on light suggesting a psychological dimension. I cannot say more. It is just fascinating and deeply moving.»

IiBN: «If you had to choose only one name, which photographer had the major influence in you?»
TM: «Josef Koudelka. For years I have been browsing through his books, again and again, learning from him, from his poetry.»

IiBN: «Which are the photographers that inspire you today and why?»
TM: «Of course there are many, and James Nachtwey is probably the first one. Maybe photography is not what really moves him; maybe it’s humanity. His work is so powerful: light, composition and beauty are plastic elements, just tools he uses to take us into the drama of modern times. The way he understands photography is so humble, even simple, he is giving a voice to people that otherwise would be unheard. He documents, in a sensible and magnificent way, the struggle of people and societies, and the meaning of our actions (or inactions) into the life of those who suffer. There is no game, no pretensions but the urgency of delivering a message. This is not the way I do photography. I have to say I am deeply captivated just by vision, by how I understand the world through what I see, through the elements and their textures and colors and people’s actions. But Nachtwey took it way further into photojournalism and gave it a necessary powerful meaning.»

IiBN: «In your “Shah Bazar” pictures, subjects get the light from a lateral point. Photos look like paintings from the italian Renaissance. Have you ever taken your inspiration from painters or sculptures?»
TM: «I was always fascinated by paintings, especially by Goya, Rembrandt, Caravaggio, Durer, Rubens, Klimt, Degas and many others. Later I learnt from the work of photographers. The way I understand light has obviously its roots in painting.»

IiBN: «What does it mean to you being a South American photographer and, particularly, a Chilean one?»
TM: «As Latin Americans we are more attached to our reality, to the reality of people who surround us and in many cases to their fight for survival. In Chile we lived many years under a tough dictatorship and photographers were trying to denounce its brutality by taking pictures risking their lives: those are the photographers who taught to me. When you travel in Latin America you can see everywhere the legacy of a colonial system, the inequality, the rift between societies, the way others relate to nature and the suffering of many. It is just hard to avoid these subjects. Many of us want to talk about the dignity of the oppressed ones, we want to create bridges that bring people closer. And beauty plays a main role on this.»

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Una Risposta to “Tomás Munita”

  1. […] Tomas Munita, è la volta di Francisco Mata Rosas, nato a Città del Messico nel 1958, e laureatosi in […]

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