Alan Soon

Alan Soon è un fotografo di Singapore. Nella vita di tutti giorni Alan è un produttore televisivo cui piace viaggiare con una macchina fotografica come compagnia: è stato in molti paesi del mondo tra cui l’India, la Cina e la Birmania. Alcuni dei suoi scatti ci hanno colpito particolarmente e abbiamo deciso di intervistarlo.

IiBN: «Vedo che sei stato in Myanmar (la ex Birmania) nel luglio 2007, appena un paio di mesi prima che le proteste nel Paese balzassero agli onori della cronaca e che, tra gli altri, un fotografo giapponese perdesse la vita nel tentativo di documentare gli eventi. Quando hai visitato Myanmar hai scritto sul tuo sito: “Per i turisti, il dibattito si è incentrato su una domanda: visitare questo paese, o no? Io vi invito fortemente ad andarci. Probabilmente non troverete neanche una persona per le strade di Yangon che vi suggerirebbe di non farlo. Date loro la possibilità di parlare e di interagire con il mondo esterno; i generali non lo faranno”. Io penso che le tue immagini raccontino moltissimo della gente ma, se tu potessi dirci qualcosa a proposito della tua esperienza con la gente in quel Paese in particolare, cosa ci racconteresti?»

AS: «I birmani hanno una grande sete di contatto con il mondo esterno – o come mezzo per raccontare a tutti gli altri ciò che sta avvenendo nel loro Paese, o semplicemente per scoprire cosa succede nel mondo “reale”. I birmani sono curiosi, intelligenti ed istruiti, e sono stati derubati delle loro vite da un governo corrotto e isolazionista. In relazione a questo, in febbraio il governo ha aumentato le tasse sulle parabole satellitari per renderle quanto più inaccessibili alla popolazione.»

IiBN: «In Occidente sta avendo luogo una sorta di riscoperta della fotografia asiatica. Ci sono dei nomi che ti ispirano, fotograficamente parlando, che pensi meriterebbero più attenzione qui da noi? Inoltre, ritieni che ci sia un diverso approccio culturale alla fotografia e al linguaggio visivo in generale?»

AS: Non sono solito fare distinzioni etichettando i fotografi come occidentali o orientali – ci sono molti grandi fotografi nel mondo, che ammiro principalmente per i loro punti di vista e la loro curiosità nei confronti del mondo. Inoltre, posso parlare solo in termini di “street photography”, che è il genere cui mi dedico. Per quanto riguarda la cultura dei fotografi, il risultato finale è lo stesso in ogni caso: le immagini sono costruite sulla curiosità e sull’apprezzamento della “bellezza” e della meraviglia; si tratta di valori intrinsecamente interculturali.»

IiBN: «Nei tuoi set “orientali” si ha la sensazione che tu sia parte della scena, mentre in quelli realizzati nelle città “occidentali” il tuo sguardo pare più quello di un osservatore esterno. Se questa sensazione è corretta, come la spiegheresti?»

AS: «È un’osservazione molto acuta; penso che nessuno me lo avesse fatto notare prima d’ora; ma è qualcosa che a volte tento di combattere. Tuttavia, la distinzione che farei è tra le società “sviluppate” e quelle “in via di sviluppo”. Le società sviluppate rappresentano per me una sfida incredibile. La curiosità per me è un valore importante – e funziona in entrambe le direzioni. Io devo essere curioso nei confronti della gente, e la gente deve essere curiosa nei miei confronti. Quando questi due aspetti si incontrano, possono risultarne immagini notevoli. Nelle società sviluppate, c’è poca curiosità nell’interazione. Una visita a New York o a Copenhagen, per esempio, non è necessariamente sorprendente per me – si tratta di immagini con cui sono cresciuto da sempre; le ho viste alla televisione, oppure su Internet. È molto difficile rompere quel “muro”. Io mi spingo a guardare oltre ciò che ho visto per trovare qualcosa che mi sorprenda. E spero sempre che lì qualcuno sia altrettanto curioso o sorpreso nel vedermi. Quanto ai paesi in via di sviluppo, è l’esatto opposto. La gente è aperta, ti accoglie, non vede l’ora di sapere qualcosa di te – da dove vieni, che stai facendo lì e, spesso, la domanda per loro più importante: cosa pensi del loro Paese? È questo il coinvolgimento che cerco quando parto per scattare delle foto. Mi piace essere sorpreso. Mi piace la prospettiva di incontrare persone interessanti.»

IiBN: «Una delle cose che lasciano più perplesso chi si avvicina alla fotografia per la prima volta è la scelta del bianco e nero come mezzo espressivo. Come spiegheresti questa scelta ad una persona a digiuno di fotografia?»

AS: «Il bianco e nero è un linguaggio in sé stesso. Nella Street Photography, è letterale. Ma allo stesso tempo non è “urlato”. Un lavoro in bianco e nero invita l’osservatore a leggere oltre. Se il colore può essere associato alla narrativa, il bianco e nero è poesia: richiede un’interpretazione e una lettura tra le righe. In una foto a colori di una bellissima modella, si è immersi nel colore dei suoi capelli, dei suoi occhi e dei suoi abiti. In una foto in bianco e nero, invece, inizi a interpretare le tonalità di grigio – cosa sta pensando questa persona, come si sente. E, in breve tempo, incappi nella ricompensa più grande quando ti domandi: cosa provo riguardo a questa foto, e perché mi fa sentire così?»

IiBN: «Molti fotografi oggi, professionisti e non, adottano un mix di tecniche analogiche e digitali. Tu hai avuto esperienze in camera oscura? Inoltre, cosa ritieni che un buon fotografo debba saper padroneggiare prima di intraprendere questa strada?»

AS: «Sì, io sviluppo e stampo ancora le mie foto in camera oscura. Ritengo che i pensieri più intensi e più trascinanti nascano al meglio da passi compiuti lentamente – lo sviluppo è una parte molto importante del processo creativo. La camera oscura ti costringe a rallentare, e pensare. E pensare.Soprattutto, ciò prova la nostra natura umana: nonostante il nostro utilizzo della tecnologia, siamo ancora intrinsecamente analogici. Usiamo le dita per toccare e sentire. Nel processo digitale, pur più veloce e più efficiente, manca questa connessione.»

IiBN: «Che cosa cerchi in una fotografia?»

AS: «Cerco me stesso. Cerco il modo in cui mi fa sentire. La composizione, l’illuminazione, la tecnica, tutto è importante. Ma, alla fine, mi chiedo se la foto: 1) mi dice qualcosa di nuovo su di me; 2) mi racconta qualcosa del punto di vista e del pensiero del fotografo. Spesso mi accorgo che le fotografie più coinvolgenti sono sfocate o esposte in modo non corretto. La perfezione tecnica è importante – ma ancora più importante è il modo in cui l’immagine comunica.»

IiBN: «Ho sentito dire che la Street Photography è come il jazz: se chiedi a dieci persone diverse di definirla, avrai dieci definizioni differenti. Qual è il tuo personale modo di definirla?»

AS: «Provo a riassumere così la mia definizione: SERENDIPITÀ + MERAVIGLIA = STREET PHOTOGRAPHY. La Street Photography è uscire e camminare, camminare, camminare, e sperare, sperare, sperare che dietro l’angolo ci sia qualcosa che ti sorprenda e che ti nutra la mente.»

Per approfondire la conoscenza di Alan Soon, si può visitare una serie di gallerie fotografiche sul suo sito personale.

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2 Risposte to “Alan Soon”

  1. febbrile Says:

    Ottimo intervista, questo sito mi piace sempre di più. Complimenti.

  2. checiap Says:

    questo blog diventa sempre più interessante, grazie per avermi fatto scoprire Alan Soon :)

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