Vanessa Winship

Vanessa Winship è una fotografa britannica che lavora per l’Agenzia VU. Dopo aver studiato cinema e fotografia a Londra ed aver lavorato prima come insegnante di fotografia e poi presso il National Science Museum, ha scelto di fare della fotografia la sua professione.

Nel corso della sua attività ha realizzato reportage dall’India e dalla Sicilia, ha raccontato con le sue immagini i matrimoni che gli immigrati greco-ciprioti in Gran Bretagna celebrano secondo le antiche tradizioni della loro terra d’origine e la vita nomade dei New Age travellers ed ha fotografato magnificamente il mondo luccicante delle gare giovanili di ballo (Junior Ballroom, Prix de Lausanne).

Da alcuni anni ha scelto di vivere in Turchia e di dedicare la propria attività fotografica a documentare la vita nella regione balcanica e nei Paesi che circondano il Mar Nero. Uno dei lavori realizzati nei Balcani, Albanian Landscape, ha ricevuto una menzione d’onore nel concorso Oscar Barnack nel 2003. Nel 2007 ha pubblicato il libro Schwarzes Meer (Mar Nero), che raccoglie immagini realizzate nel corso dei suoi viaggi attraverso i sei paesi che si affacciano sul Mar Nero: Georgia, Turchia, Bulgaria, Romania, Ucraina e Russia.

Dalla sua esperienza di vita nel Paese della Mezzaluna è nato un lavoro che le ha permesso di vincere il primo premio del World Press Photo 2008 nella categoria Ritratti – Portfolio: una serie di ritratti di allieve di una scuola di campagna della Turchia orientale, intitolata, appunto, Rural school girls, di cui vi mostriamo qui sotto due scatti. L’intera serie è visibile al momento soltanto sul sito del World Press Photo.

Tra tutti i lavori premiati con il prestigioso riconoscimento – che la Winship aveva già ricevuto nel 1998 per la categoria Arte e Spettacolo – questo è uno di quelli che più ha colpito noi di Idee in Bianco e Nero. Abbiamo perciò chiesto alla fotografa britannica di rilasciarci un’intervista, che lei ci ha gentilmente concesso.

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IiBN: «Hai recentemente vinto il World Press Photo nella categoria Ritratti – Portfolio, con una serie di immagini di allieve di una scuola nelle campagne turche. A mio parere, ciò che rende eccezionali questi ritratti è che, sebbene in quasi tutti i ritratti le ragazze siano vestite allo stesso modo – ovvero con l’uniforme scolastica – la personalità di ciascuna di loro emerge chiaramente osservando i tuoi scatti. Come è nata l’idea di scattare questa serie e perché, secondo te, la giuria del World Press Photo ha apprezzato questo tuo lavoro?»

VW: «Prima di tutto, grazie per l’apprezzamento. Vivevo in Turchia da quasi quattro anni quando ho deciso di scattare queste fotografie. La Turchia è un luogo complesso, dove in apparenza abbondano i cliché fotografici. Per realizzare qualcosa che potesse essere più significativo avevo bisogno di più tempo per comprendere questa terra.»

«Viaggiando attraverso il Paese rimanevo sempre colpita da un aspetto che adesso mi è molto familiare: queste ragazzine vestite in abiti blu, uguali in ogni villaggio, paese e città. Ero anche a conoscenza del fatto che c’erano state diverse campagne mirate a far andare le ragazze a scuola, perché molte bambine e ragazze, in particolare nelle zone di campagna della Turchia orientale, ancora non andavano a scuola. Le motivazioni per cui queste ragazze non vanno a scuola sono complesse, in parte legate all’economia e ai valori tradizionali, ma anche al serpeggiante conflitto che esiste nella regione, dove tutto ciò che potrebbe essere associato allo Stato è guardato con sospetto. Gli stessi abiti blu simboleggiano lo Stato da un certo punto di vista.»

«Tuttavia, ciò che intendevo fare era guardare oltre tutti questi fattori e concentrarmi sull’idea di un momento che è appena prima, il momento in cui si colloca la possibilità, un momento in cui la presentazione di sé stessi sfocia nella coscienza. Molte cose mi hanno colpita durante la realizzazione di questi scatti: la serietà e solennità del loro aspetto esteriore al momento di posare davanti alla macchina fotografica, la loro fragilità, la loro semplicità, la loro grazia e la loro vicinanza reciproca. Ma più di ogni altra cosa mi ha colpito la loro assoluta spontaneità e l’assenza di atteggiamenti costruiti. Dal punto di vista personale, anche io vengo da una zona di campagna, ovviamente diversa da questa, ma comunque rurale.»

«Non so dire perché i giurati abbiano scelto questo mio lavoro, magari sarebbe una buona idea domandarlo a loro. Ma immagino che per loro il tema dell’istruzione sia stato un fattore importante. Probabilmente il fatto che le mie immagini siano realizzate in un modo un po’ diverso rispetto alle altre che erano in concorso – questa serie di ritratti è stata interamente realizzata con una macchina fotografica a grande formato – le ha fatte spiccare rispetto alle altre. Probabilmente è dipeso dal loro aspetto formale, la ripetizione degli abiti e la struttura della distanza da cui sono state scattate le immagini. Spero anche che a colpire i giurati sia stato ciò che ha colpito me, ovvero le espressioni del viso di ciascuna delle allieve e la tenerezza del loro rapporto.»

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IiBN: «Lavori nei Balcani ormai da alcuni anni. Cosa rende questa regione interessante ai tuoi occhi? Cosa intendi comunicare attraverso i tuoi reportage da quell’area?»

VW: «Il mio primo contatto con questa regione risale alle immagini dell’Albania che vidi alla fine degli anni ’80, quando si aprirono le porte. I media erano invasi da molte immagini, gran parte delle quali mostravano le cattive condizioni in cui si trovava quel Paese. Tra quelle immagini ne vidi una o due che mostravano un paesaggio che mi faceva immaginare una terra di straordinaria bellezza.»

«Iniziai a cercare di saperne di più su questo posto che era in realtà così vicino e tuttavia rimaneva così totalmente sconosciuto. Lessi quel poco che riuscii a trovare riguardo alla sua straordinaria storia e politica, ma lessi anche le opere letterarie del suo autore più acclamato, Ismail Kadare, la cui opera ritrae in modo così meraviglioso le complessità dell’Albania. La combinazione dei due scatenò la mia curiosità.»

«L’intera regione dei Balcani era stata e rimane un luogo di forti emozioni riguardo la terra e l’identità. Volevo conoscere ciò che sta dietro questi sentimenti. Nelle mie immagini volevo combinare in qualche modo il gusto e l’essenza del luogo, volevo anche creare qualcosa che facesse riferimento alla sua politica, ma anche alla sua cultura della narrazione orale, ai suoi codici culturali, alla sua letteratura e alla sua storia.»

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IiBN: «Se dovessi scegliere un solo nome, chi citeresti come il fotografo che ti ha influenzato di più?»

VW: «Ho dovuto riflettere un bel po’ su questa domanda prima di arrivare ad una vera risposta. Ho provato ad andare indietro nella memoria al mio primo contatto con la fotografia ed ho pensato a tutti i grandi classici; i fotografi inglesi, francesi e americani, attraverso i loro libri, erano gli autori più facilmente accessibili a quel tempo, molto prima dell’avvento di Internet.»

«Ma la mia vera risposta deve essere: il mio compagno e fotografo, George Georgiou, con cui sono cresciuta sia personalmente che fotograficamente. Sono davvero fortunata ad avere qualcuno così vicino a me a condividere la mia passione per la fotografia.»

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IiBN: «Perché scegli di scattare in bianco e nero? Pensi che questa scelta possa influire – in positivo o in negativo, s’intende – sulla ricezione dei tuoi lavori, e se sì, in che modo?»

VW: «Lavoro in bianco e nero per diverse ragioni. Di nuovo, ciò ha a che fare col momento in cui sono entrata in contatto con la fotografia. Per perfezionare la tua arte, il tuo mestiere, si supponeva che sapessi anche sviluppare la pellicola. Ciò, naturalmente, veniva fatto per motivi molto pratici in bianco e nero.»

«Poi naturalmente era anche una questione di costi e controllo; poiché potevo fare tutto da sola, ero in grado di mantenere i costi al minimo. Questo aspetto del mio lavoro è rimasto inalterato: ancora sviluppo tutto da sola. È una storia completamente diversa se sei un giovane fotografo oggi e cominci il mestiere nell’era digitale.»

«Sono anche cosciente del fatto che il mondo non è in bianco e nero, quindi, da un punto di vista filosofico, sto dichiarando molto chiaramente che ciò che faccio è una rappresentazione bidimensionale di qualcosa, un momento sospeso, una risposta emozionale, piuttosto che uno spaccato di realtà.»

«Non sono sicura che la domanda che mi hai fatto riguardo le risposte positive o negative al mio lavoro in bianco e nero si riferisca al suo posto nel mercato dei mezzi di informazione ma, sì, naturalmente oggi non c’è molto spazio per questo genere di lavoro in essi. Tuttavia non sono così interessata a seguire questo mercato per il mio lavoro. Sono più interessata in altri mezzi, come i libri, il web e le mostre.»

«Devo tuttavia aggiungere che non sono una persona a cui non piace il colore e non escludo che possa arrivare un momento in cui io decida di esplorare l’idea di fare qualcosa a colori, e certamente apprezzo molti dei nuovi lavori a colori che vengono prodotti oggi.»

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IiBN: «Ho visto sul tuo sito che sei stata in Sicilia, a Trapani, dove hai realizzato un reportage su un rito religioso tradizionale, la Processione dei Misteri, che si svolge ogni anno il Venerdì Santo. Cosa ti ha colpita di più quando sei stata lì e cosa intendevi mettere in risalto negli scatti che hai realizzato durante il rituale? Ho notato anche che il tuo reportage siciliano è incluso in una sezione del tuo sito che è intitolata Small worlds, che comprende anche due reportage realizzati in terra britannica, uno dei quali racconta i matrimoni degli immigrati greco-ciprioti e un altro sulla vita nomade dei New Age travellers. Che legame c’è – se ce n’è uno – tra i tre reportage?»

VW: «Ero interessata a guardare come questo tipo di cerimonia si manifesta, specialmente riguardo l’idea di mascolinità ed emozione in questo contesto. Sono rimasta colpita dal modo in cui il fardello del peso della statua della Madonna trasportata attraverso le strade accresce la loro devozione; la ripetizione, la resistenza ed il fatto di essere parte di un gruppo creano una specie di forza ed unità.»

«Sono stata colpita dall’intensità di questi momenti. Sono anche rimasta colpita dall’idea che si trattasse di un’occasione che sembrava esistere dalla notte dei tempi… indipendentemente da quanto a lungo questa tradizione sia realmente andata avanti.»

«Mi interessa la periferia, il confine e ciò che questo vuol dire. Ho messo insieme queste serie perché tutte e tre raccontano di persone che occupano piccoli spazi molto specifici, a volte privati, dove le persone si riuniscono per condividere un’esperienza, un’identità ed un credo.»

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Le immagini che vi mostriamo in questo post sono tratte da alcuni lavori di Vanessa Winship. Le prime due fanno parte di Rural School Girls, la terza è tratta da Albanian Landscape. La quarta immagine fa parte di Balkan Journey, la quinta è tratta dal libro Schwarzes Meer e l’ultima ritrae la Processione dei Misteri del Venerdì Santo a Trapani.

Potete ammirare altre immagini di Vanessa Winship nello spazio a lei dedicato sul sito dell’Agenzia VU, oppure sul suo sito personale, che tuttavia non comprende i suoi più recenti lavori.

Segue la versione originale dell’intervista.

IiBN: «You have recently won the World Press Photo with a series of portraits of rural school girls in Turkey. It seems to me that what makes these portraits exceptional is that although the girls are all dressed in the same way, in their school uniform, the personality of each of them emerges clearly when you look at your shots. Where does the idea of this series come from and why do you think the WPP jury appreciated this work of yours?»

VW: «Thank you for your appreciation. I’d been living in Turkey for almost four years by the time I decided to make these images. Turkey is a complex place, full of photographic cliches on the surface. For me to make something that might be more meaningful I needed more time to understand. As I’d travelled through the country, and I know it pretty well these days, I was always struck by the small girls in their blue dresses, the same in every town village and city.»

«I was also aware of the fact that there had been a number of campaigns to get girls into schools, since many girls, specifically rural girls in the east, still didn’t attend school. The reasons these girls don’t attend school is complex, it’s partly to do with economics and traditional values, but also to do with the low level conflict that exists in the region, and where anything that might be seen to represent the state is viewed with suspicion. The blue dresses themselves symbolise the state on one level, but what I wanted to do was look beyond all of these factors and focus on the idea of a moment just before, the moment where possibility lies, a time where the presentation of self teeters into consciousness.»

«Many things touched me during the making of these images, often by the gravity in their demeanour at their moment in front of the camera, their fragility, their simplicity, their grace, and their closeness to one another, but mostly I was struck by their complete lack of posturing. On a personal level, I am also from a rural place, different of course to this area, but rural never the less.»

«I cannot tell you why the judges picked out these images, perhaps you might ask them at some point? But I imagine for them the issue relating to education played an important factor. Perhaps the fact they are made in a slightly different way to most imagery entered into the competition made them stand out. They are all made using a large format camera. Perhaps their formality, the repetition of the dresses and the structure of the distance that each image was shot at. I also hope that it was the thing that struck me, in the individual expressions on the faces of the girls and the tenderness in their relationship to each other.»

IiBN: «You have been working in the Balkans for some years now. What it is that makes this region interesting to you and what do you intend to communicate through your reportages from the area?»

VW: «My first contact with the region was through images I saw of Albania when the doors opened in the late ’80s. There were many images flooding the media, mainly ones that showed the poor conditions of the place.
In amongst those images I saw one or two that showed a landscape that suggested to me a land of extraordinary beauty.»

«I began to try to find out about this place that was actually so close and yet had remained so completely unknown. I read what little I could find about its extraordinary politics and history, but I also read the literature of its most acclaimed author, Ismail Kadare, whose work so beautifully portrays the complexities of Albania. The combination of the two fuelled my curiosity.»

«The whole region of the Balkans had been and remains a place where emotions about land and identity are strong. I wanted to know what was behind these feelings. In my images I want to combine something of a flavour and essence of the place, I wanted also to create something that made reference to both its politics, but also to its culture of story telling, its cultural codes, its literature and its history.»

IiBN: «If you had to choose only one name, which photographer had the major influence in you?»

VW: «I had to think for a while about this one before I came up with a real answer. I tried to go back to my first contact with photography and thought of all of those great classics; British, French and Americans photographers, through their books, were the authors most easily available at that time, long before the internet.»

«But my real answer has to be my partner and photographer, George Georgiou, who I’ve grown up with both personally and photographically. I am extremely lucky to have someone so close to share my passion for photography.»

IiBN: «Why do you choose to shoot your photos in black and white? Do you think this choice can affect – positively or negatively, of course – the reception of your work, and if yes, how?»

VW: «I shoot in Black and White for several reasons. Again, this relates to the time that I was introduced to photography. In order to master one’s craft you were expected to know how to process your film as well. This of course was done most practically with Black and White.»

«Then of course it was a question of cost and control; because I could do everything myself, I could keep the cost of things to a minimum. This aspect of my work has stayed the same: I still process everything myself. It’s a different story now for young photographers starting out in the digital age.»

«I’m also aware that the world is not in Black and White, so from a philosophical point of view I am very clearly making a statement that what I’m doing is a two dimensional representation of something, a fleeting moment, an emotional response, rather than a slice of reality.»

«I’m not sure if the question you are asking me about negative or positive response to my work being in Black and White refers to its place in the market of news media, then yes of course there is not so much space for it there today. But I’m not so interested to pursue this market for my work. I am more interested in other places, in books, the web, and exhibitions.»

«I should also say I’m not someone who doesn’t like colour work though, and that there might not be a time when I decide to explore making something in colour, and I certainly have an appreciation of many of the new colour works being produced today.»

IiBN: «I have seen you have been to Sicily, where you have shot a series of photos of a traditional religious ritual. What it is that struck you most when you were there and what did you intend to emphasize in your shots of this ritual? I also see that you included your reportage from Sicily in a section of your website which is called Small worlds, which also includes two reportages from Great Britain: one about the weddings of Greek-Cypriot immigrants and another one of people who live on the road (New Age travellers). In what ways, if any, do the three reportages relate to each other?»

VW: «I was interested to look at how this kind of ceremony manifests itself, especially around ideas of masculinity and emotion in this context. I was struck by the way that the burden of the weight of the Madonna figure carried through the streets added to their devotion, the repetition, the endurance and being part of a group created a kind of power and unity.»

«I was struck by the intensity in these moments. I was also struck by the thought that it was an occasion that seemed to have existed since the beginning of time… regardless of how long the tradition has actually been going.»

«I am interested in periphery and boundary and what this means. I put these series together because they are all narratives about people who occupy very specific small, sometimes private spaces where people come together to share an experience, an identity and a belief.»

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