Immobili

“Andiamo dai, dobbiamo uscire…”. Mira distolse appena lo sguardo, ancora assorto negli ultimi bagliori della lezione multisensoriale. Mamma aveva ragione, come talvolta accadeva… Sapeva che si era fatto tardi, ma la lezione non le si levava mai completamente dalla mente, era come persistente nella sua testa, come vedere la luce del sole e poi distogliere lo sguardo, mentre sai già che una macchia bluastra ti seguirà per vario tempo… Si, doveva andare a seguire quella strana cosa che le aveva accennato il giorno prima, al termine della seconda nutrizione. Se non ricordava male si trattava di seguirla fino ad un luogo chiuso, piuttosto antico, qualcosa che aveva almeno una ottantina di cicli maggiori. Va bene, avrebbe sicuramente segnato quella data nel suo MemoLife, come qualcosa di grigio, il colore del tempo non piacevole, qualcosa di inutile ma doveroso…

Uscirono, la mamma camminava a passi lenti verso il primo Transporter e Mira la seguiva stancamente… Transporter venne loro incontro, come sempre soavemente una voce cristallina chiese la destinazione. “Museo delle Arti”, disse in modo asciutto la Mamma. Transporter implorò dolcemente ai passeggeri di posizionarsi davanti ai tracciatori, che avrebbero predisposto tutti i sistemi di sicurezza ai passeggeri. Infine partì, silenzioso ed efficiente, verso tutte le destinazioni dichiarate dai passeggeri, scegliendo il percorso ottimale, in grado di soddisfare tutti nel minor tempo possibile… La musica era stata attivata, i suoni fluivano all’interno del corpo, risuonavano nelle ossa e trasmettevano sensazioni fisiche, quasi un sottile massaggio che stimolava la mente e riscaldava i sogni.

Dopo qualche minuto presero il viale maggiore, pieno di altri Transporter multicolore, ognuno con la sua voce distintiva, con le sue musiche e con i suoi sogni, frutto delle combinazioni assolutamente uniche delle riflessioni sonore prodotte dai passeggeri…

La sensazione di leggero formicolio era segno del fatto che il controllo dei tracciatori era cessato, potevano alzarsi dalle postazioni di trasporto ed avvicinarsi all’uscita. Un sistema automatico le portò sulla soglia del Museo, consegnandole al Cortese.

“Dunque siete qui per la deposizione…”. “Certo, si, avevo comunicato la cosa…”. Mira guardava la mamma, che pareva un po’ in apprensione. Lei vedeva le cose in un altro modo, più difficile, meno lineare… Non le avevano insegnato a ragionare con serenità, le lezioni di Pianificazione emotiva non c’erano al tempo dei suoi studi… Attraversarono molte stanze, tutte illuminate da luci molto fioche. Finalmente giunsero in quella che la mamma riconobbe come quella dove aveva lavorato, tanti anni prima. Accesero lentamente le luci. Mira si rese d’un tratto conto del silenzio assordante intorno a lei, qualcosa a cui non aveva fatto caso durante il percorso. Iniziò a notare intorno a lei delle immagini, che mano a mano prendevano forma. Erano ferme. Immobili. Mira attese per lunghi secondi. Minuti. Poi la mamma le si avvicinò. “Non si muoveranno. Potrai attendere tutto il tempo che vuoi, ma non lo faranno.”

Mira continuava a guardare i colori e grigi racchiusi in zone a forma quadrata o rettangolare, qualcosa di statico che prima non aveva mai visto… Non erano neanche tridimensionali, era tutto immobile e per quanto lei cambiasse posizione, non sembravano seguire i suoi sguardi, rimanevano forme immobili, che non si modificavano. Mira soffiò leggermente, poi schioccò le dita, poi applaudì, poi saltò rumorosamente. Infine si accovacciò a terra, con la testa tra le mani. “Mamma, cosa siamo venute a fare qui?”. “A guardare, solo a guardare Mira”. “Ma non c’è niente che si muova, niente che mi segua, niente che mi piaccia.” “Mira, guarda meglio, guarda oltre…”. La mamma aveva detto quell’ultima frase in un modo particolare, che Mira sapeva che voleva dire che c’era un qualcosa da scoprire, che poi l’avrebbe sorpresa, resa felice…

Mira si sforzò di crederle. Alzò lentamente lo sguardo ed iniziò a guardare all’interno dei quadrati e dei rettangoli. “Mamma questi cosa sono?” “Sono uccelli, animali che ora non ci sono più Mira, volavano nel cielo insieme, velocissimi, anche se da lontano sembravano quasi nubi grigie”. “E questo Mamma?” “Questo è un vecchio Mira. Vecchio è qualcuno che non ha ricevuto il Vaccino finale ed ha trascorso molti, molti cicli maggiori: la pelle si increspa e quei solchi sono normali, non sono ferite sul volto, si chiamavano rughe” “E perché guarda il cielo? Non sa che il sole non va guardato?” “Questo vecchio uomo rugoso guarda gli uccelli, vedi?” Mira si accorse che in effetti gli occhi dell’uomo erano molto aperti, quasi luminosi e che stava davvero guardando dentro al quadro stesso, in direzione delle nubi, anzi degli uccelli che lei fino a poco prima credeva fossero davvero grigie nubi. “Lo sai cosa vuol dire?” Mira sentì la frase della mamma rimbalzarle dentro: le si era fatto vuoto, forse tutto era uscito da lei, alla ricerca del vecchio racchiuso nel quadrato. “No mamma…” “Lui sogna di essere lì con loro, sogna di poter volare, lasciare il corpo ferito dalla vecchiaia e guardare il mondo con leggerezza, quasi come se stesse in un sogno, un sogno che per lui è così reale che lo fa piangere dalla gioia…” “Mamma, ma questo vecchio come è finito in questo quadrato così immobile? Sapeva che lo avrei guardato?” “No piccola mia, questa è una forma d’arte che un tempo veniva chiamata scrivere-con-la-luce: questo è l’ultimo giorno in cui potrai vedere questo signore in questo quadro, in questa sala. Domani ci sarà la deposizione e sarà tolto da qui. Ci sono altre immagini immobili che dovranno prendere il suo posto, verrà messo in una teca che dovrebbe proteggerlo per centinaia di cicli maggiori”. Mira si chiese d’un tratto: “Ma chi scrisse di lui con la luce? Un altro vecchio?” “Non era vecchio quando lo fece. Invecchiò dopo e morì nello stesso anno della tua nascita: tuo nonno, Mira, fece quella foto, ma il Vaccino finale non era efficace alla sua età, lo sai, l’hai studiato nel Multisenso, vero?” “Si Mamma, ora mi ricordo…” Quello strano modo di scrivere il mondo, di fermare attimi che ora sembravano aprirsi a lei, più densi, più veri di qualsiasi Multisenso avesse visto prima… Mira rimase a guardare, ad immaginare i colori, ad entrare in quello spazio angusto dove stavano il vecchio e le nubi d’uccelli, ad essere parte di un attimo che aveva attraversato il tempo ed era qui, ora, a chiederle un momento da vivere insieme…

Mira non riusciva proprio a dormire quella notte, era luce che rimbalzava tra gli occhi e le ali, tra rughe e nubi, sogno nel sogno di un vecchio…

“Abbracciami mamma…” “Piccola, vieni qui …” “Ho sognato questa notte sai?” “Davvero?? Ma è bellissimo! Raccontami, raccontami!! Ci pensi? E’ la tua prima volta…”

Fecero nuovamente lo stesso tragitto, immote e silenziose assistettero alla deposizione nelle teche a temperatura controllata delle immagini immobili. Sapevano che nella notte erano state effettuare scansioni a livello molecolare delle immagini, in modo da poterle riprodurre virtualmente con assoluta fedeltà. Doppiamente sepolti, in teche e memorie massive di milioni di TeraByte, le immagini venivano consegnate al futuro, a tempi ancora più lontani, a sguardi ancora più increduli, a sogni ancora più grandi.


Mira è il nome di una stella che significa “la meravigliosa”; è presente nella costellazione della Balena. E’ una stella variabile; periodicamente, circa una volta l’anno e per circa 135 giorni, si rende visibile a occhio nudo e poi impallidisce. Dista da noi 419 anni luce.

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Immobili di Paolo Del Signore è rilasciato sotto licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia.

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