Stefano Mannucci: “Luce sulla Guerra”

Pubblichiamo una intervista gentilmente realizzata per noi da Rosa Maria Puglisi de Lo Specchio Incerto. Ringraziamo Rosa Maria per il contributo e vi invitiamo a visitare il suo blog per approfondire il tema.

Stefano Mannucci è laureato in Scienze Politiche e già da qualche anno si occupa di Storia Contemporanea collaborando con alcuni siti specializzati e scrivendo saggi; uno di questi nel 2007 è diventato un libro molto interessante – dal titolo Luce sulla guerra. La fotografia di guerra tra propaganda e realtà. Italia 1940-45 – che ci illumina sull’uso della fotografia durante il fascismo, facendoci anche riflettere più in generale sulla funzione propagandistica che un immagine fotografica spesso assume. Da tale libro traiamo spunto per porre al suo autore alcune domande.

IiBN: «Come è nata in te l’idea di scrivere questo libro?»

SM: «Ho sempre avuto la passione per la fotografia, ma ancor di più mi ha sempre interessato conoscere o cercare di indagare il motivo per cui determinate fotografie vengano scattate. Sono sempre stato interessato e incuriosito a capire perché le persone scelgano determinate modalità di rappresentazione o specifiche pose. Cercare di andare oltre alla modalità di composizione dell’immagine per provare a trovare il motivo che ha portato la persona o lo Stato a divulgare quella data immagine di sé.»

«Quando stavo per laurearmi e dovevo pensare ad una idea per la tesi, mi è tornato in mente che durante un esame per Storia Contemporanea avevo letto un libro di Mosse, Le Guerre Mondiali. Ero rimasto affascinato dalle modalità di ricerca che l’autore aveva utilizzato per analizzare il periodo storico. Mi piaceva come affrontava l’argomento ed il suo stile di analisi e scrittura. È stato un libro che mi ha profondamente influenzato nello studio, e da lì mi è venuta l’idea di provare ad effettuare una simile analisi, relativa però alla storia d’Italia.»

IiBN: «Cosa ti ha spinto a ricostruire le vicende della propaganda fascista attraverso la storia dell’Istituto LUCE?»

SM: «La propaganda fascista è stata studiata in molti campi e da diverse angolazioni. Indagare l’apporto della fotografia a simile propaganda era una curiosità che mi aveva sempre stimolato. Volevo indagare come l’Istituto LUCE avesse rappresentato gli anni del regime, ma soprattutto quali erano i rapporti tra l’istituto ed il regime fascista.»

«La possibilità di poter visionare il materiale raccolto nell’istituto mi sembrava una occasione irripetibile. I documentari del LUCE, inoltre, mi avevano accompagnato spesso nell’infanzia. Mi ricordo che quando ero bambino passavano questi spezzoni nella televisione, ed ero incuriosito dal simbolo dell’aquila in alto sullo schermo. Era un qualcosa che poi mi è rimasto, un interesse che ho sempre avuto.»

«La tesi mi permetteva di vedere vent’anni di storia italiana attraverso le fotografie. La fotografia del LUCE mi permetteva di vedere come gli avvenimenti e gli italiani erano stati rappresentanti, mi permetteva di calarmi negli occhi di chi aveva inquadrato la scena e interpretato il momento, ma anche di indossare i panni dell’osservatore che si trovava magari la stessa immagine su un giornale o su una cartolina.»

«La fotografia mi permetteva di cercare di scoprire non solo l’intenzionalità che aveva prodotto ed influenzato lo scatto, ma – allo stesso tempo – anche la percezione che l’immagine aveva stimolato nell’osservatore.»

«Ho sempre poi cercato di analizzare le immagini sia alla luce della conoscenza reale degli avvenimenti in cui simili immagini erano prodotte (per vedere se rispecchiavano o meno la realtà che tendevano a rappresentare), sia di analizzarle tenendo a mente quelle che erano le informazioni divulgate all’epoca.»

«Non volevo usare la fotografia a conferma delle mie tesi o delle mie idee, semmai volevo cercare di scrivere una storia partendo da quello che la fotografia narrava per poi magari confrontarla con la realtà dell’epoca. Spero di essere riuscito al meglio in questo intento.»

IiBN: «Per questo motivo hai scelto di dare al libro un taglio prettamente storiografico, e non ti sei addentrato maggiormente nei meccanismi della comunicazione visiva, nonostante il tuo vivo interesse per la fotografia?»

SM: «Si. Volevo effettuare uno studio sui rapporti tra la storia e la fotografia, effettuando un’analisi sulla fotografia, ma non tanto sulla sua composizione stilistica quanto sul suo ruolo di “agente di storia”. Andare a vedere se esisteva un ruolo della fotografia nella propaganda fascista ed eventualmente come questo ruolo fosse organizzato.»

«Volevo considerare la fotografia del LUCE non come una fonte soltanto per una “storia della fotografia”, ma semmai utilizzarla come fonte per analizzare il suo essere strumento di propaganda nella fabbrica del consenso. Proprio per meglio analizzare questo eventuale ruolo, ho consultato all’archivio centrale di Stato le disposizioni del Minculpop, per accertare come esse agissero o meno sulla fotografia.»

IiBN: «Ho notato una certa esiguità di materiale illustrativo nel tuo libro. Se è stata una tua scelta, da cosa è dipesa? Forse da una scarsa accessibilità ai documenti del LUCE?»

SM: «Non ho mai avuto problemi alla consultazione dei documenti fotografici dell’Istituto LUCE. Ho sempre trovato persone che con cortesia e professionalità mi hanno aiutato nelle ricerche e nella consultazione dei documenti e che non smetterei di ringraziare. Il problema si è posto, invece, per l’acquisto delle immagini e per l’eventuale costo.»

«La pubblicazione o meno delle fotografie, dipende dal budget che la casa editrice intende investire nell’apparato iconografico del libro. Nel mio caso, la casa editrice intendeva effettuare una tiratura di prova, metà da riservare per le recensioni e metà in vendita, pertanto dovevamo trovare materiale fotografico che potesse essere pubblicato gratuitamente sul libro senza dover pagare i relativi diritti.»

IiBN: «Quali sono dunque le tue fonti iconografiche? E come mai hai deciso di accorpare tutte le immagini in un’appendice fuori dal testo?»

SM: «L’idea della creazione di una apposita appendice fotografica era un piccolo omaggio ai libri importanti che mi avevano seguito nel corso della stesura e degli studi, libri che presentavano sempre le immagini in appendici staccate dal testo, poste solitamente al centro del libro o alla fine dei capitoli. Libri come Fotografia e Società di Freund, o il libro di Argentieri: L’occhio del Regime

«In quest’appendice intendevo usare le immagini significative appunto per indicare, ove possibile, gli indizi che facevano risaltare l’aspetto sociale in contrasto con l’icona della propaganda.»

«Scartato il materiale dell’Istituto LUCE, per il motivo dei costi di pubblicazione, ho provato a visionare il materiale che avevo io a casa e quello di cui l’editore disponeva. Ho iniziato anche a contattare archivi ed associazioni per sapere se ci concedevano l’utilizzo gratuito delle immagini per la pubblicazione delle fotografie. L’archivio storico del comune di Torino o la Fondazione Isec sono stati cortesi e mi hanno concesso l’autorizzazione.»

«Non sempre la ricerca era facile. Avevo trovato ad esempio una fotografia che testimoniava l’impiccagione di alcuni civili da parte delle truppe tedesche in una città italiana. L’istituto della Resistenza possessore dell’immagine mi autorizzava alla pubblicazione, ma mi consigliava anche di chiedere ai familiari il diritto della pubblicazione per rispettare la legge sulla tutela della privacy.»

«Purtroppo i tempi per la pubblicazione erano stretti e così si è rinunciato alla pubblicazione della fotografia. In ogni caso ho cercato di sviluppare il discorso visivo che mi ero proposto di attuare.»

IiBN: «In questo tuo discorso quanto le fotografie che avevi scelto hanno avuto il ruolo di semplici illustrazioni e quanto, invece, possono averti guidato attraverso le loro suggestioni?»

SM: «Dipende dalle fotografie. In alcuni casi sono state scelte appunto soltanto come esempio per le argomentazioni trattate, in altri casi mi hanno proprio guidato nella ricerca e nelle riflessioni critiche.»

«Le immagini sulle violenze nei Balcani, ad esempio, mi hanno spinto ad approfondire quel settore di studi che spesso avevo tralasciato di considerare svelandomi gli eventi perpetrati ma anche la catena di ordini che aveva portato a ciò. Mi sembrava doveroso pubblicarla anche perché erano immagini interessanti che appunto testimoniavano una realtà diversa da quella costruita dalla propaganda.»

IiBN: «Il discorso della propaganda politica veicolata dalle immagini fotografiche è tuttora – forse più che mai – di grande attualità. Hai mai pensato di dedicare un tuo prossimo lavoro all’indagine di un periodo storico più prossimo al nostro, se non addirittura al presente?»

SM: «Questo libro è soltanto la parte di un progetto che mi ero preposto di completare poi nel tempo. Nelle intenzioni avevo deciso di effettuare una serie di studi sulla fotografia durante il ventennio fascista, considerando come periodi di analisi la seconda guerra mondiale, la guerra di Etiopia, la costruzione del consenso. Non ho un ordine di importanza nei lavori, scrivo solitamente la notte, e di conseguenza quando la sera mi metto davanti al computer, decido al momento su cosa lavorare e su cosa no.»

«Inoltre l’editore di Luce sulla Guerra ha deciso di non procedere ad ulteriori ristampe e di mettere fuori catalogo il libro e così attualmente sono alla ricerca di un nuovo editore. Nel frattempo sto provando a pubblicare in proprio una versione economica del libro con il servizio Ilmiolibro e probabilmente non metterò all’interno le fotografie, soltanto per il fatto che non ho avuto il tempo di ricontattare nuovamente gli archivi per le necessarie autorizzazioni. In questo momento sto lavorando anche ad un lavoro sulla Resistenza, che dovrebbe appunto concludere quella serie.»

«Dopodiché tornerò a rivolgermi a periodi più recenti della storia, con analisi sulla fotografia negli anni sessanta e settanta, ma soprattutto a quella della guerra in Iraq, cercando di analizzare la propaganda iconografica che si è avuta durante il conflitto; non soltanto l’efficienza della coreografica visiva adottata dalla propaganda statunitense, ma ancor di più vorrei andare ad analizzare, in maniera anche triste, il perché le immagini violente prodotte durante il conflitto non siano riuscite mai a far interrompere una simile guerra.»

«Se l’opinione pubblica mondiale accetta con rassegnazione le immagini di Abu Ghraib, ciò deve portare ad analizzare i nuovi rapporti che esistono fra le persone e le fotografie delle atrocità. Un discorso che aveva iniziato Sontag e che mi interesserebbe affrontare in futuro.»

IiBN: «In Davanti al dolore degli altri, Susan Sontag ci ha avvertito che “oltre che ad avvalorare, le immagini fotografiche di un’atrocità servono a illustrare… La valenza illustrativa delle fotografie lascia intatti pregiudizi, opinioni, fantasie e disinformazione”.»

SM: «Sontag ha sicuramente colto l’essenza del rapporto tra la fotografia e le atrocità delle guerre che essa rappresenta. Le immagini di violenza e di morte sono state usate nel corso dei secoli per demonizzare l’avversario, per giustificare e legittimare le proprie azioni di guerra, per ostentare la propria potenza repressiva e di ordine. Spesso simili fotografie sono state divulgate al pubblico a sostegno delle proprie tesi, altre volte sono state censurate. Spesso si sono ostentate le violenze altrui e negate quelle perpetrate dai propri eserciti.»

«Ultimamente ho analizzato in un saggio il diverso uso delle fotografie di morte effettuato durante il conflitto in Etiopia: mi sono trovato davanti così, da una parte, le immagini cruente inviate alla Società delle Nazioni da parte del regime fascista per giustificare la guerra, dall’altra, anche tutte le immagini censurate dal regime, che testimoniavano le esecuzioni sommarie contro i civili e i bombardamenti con i gas sui villaggi etiopi.»

«Rimane sempre fondamentale analizzare le fotografie testimonianti la violenza nel contesto in cui sono state create. Un’immagine di morte o di violenza può assumere significati diversi a seconda del contesto sociale e culturale in cui essa è stata prodotta e diffusa. Nel momento in cui una fotografia da testimonianza storica diviene strumento di una propaganda diviene importante anche analizzare le didascalie con cui la fotografia viene diffusa all’interno della società.»

IiBN: «Per citare Sontag: “una didascalia perfettamente esatta è solo una possibile interpretazione, necessariamente limitativa, della fotografia alla quale è unita”. Ennesima constatazione, questa, del divario esistente fra realtà e immagine fotografica.»

«Il poter assegnare ad un’immagine una simile etichetta – recepita automaticamente come descrizione di una realtà inconfutabile – determina poi anche la possibilità di influenzare le opinioni di ognuno al punto che – è ancora una volta Sontag a metterci in guardia! – “la familiarità di certe fotografie plasma la nostra conoscenza del presente e del passato più recente”, e che un’ampia diffusione di esse crea addirittura una memoria collettiva, che “eclissa altre forme di comprensione e di ricordo”.»

SM: «La fotografia, oltre ad un uso politico sul presente, è stata usata dagli stati come strumento di edificazione della memoria collettiva. Ma la memoria fotografica è spesso selettiva. Lo stesso Istituto LUCE doveva produrre e conservare quelle immagini che erano considerate dal regime degne di appartenere alla storia fascista della nazione. Così facevano anche altri Stati. La fotografia doveva conservare determinati eventi e non testimoniarne altri. In questa maniera, la fotografia ovviamente influenzava la memoria di una Nazione, plasmava il ricordo di un evento.»

«Emblematica in Italia è l’immagine di Pio XII. La fotografia che ritraeva il papa con le braccia aperte è stata per anni diffusa come una scatto a testimoniare l’affetto del pontefice agli abitanti del quartiere San Lorenzo di Roma. Ma da alcuni elementi presenti nella fotografia (come gli abiti non impolverati dei presenti, l’assenza di qualsiasi maceria, ma soprattutto i visi di alcune persone che compaiono nella intera serie fotografica) risulta come la fotografia sia stata in realtà scattata davanti alla basilica di San Giovanni.»

«L’immagine però per anni è stata diffusa con una didascalia errata ed è stata assunta nella memoria nazionale come un simbolo di quei giorni. In questo modo le fotografie vengono usate per veicolare realtà ed idee all’interno della società, ma non sempre hanno un effettivo successo sull’opinione pubblica. Affinché una fotografia possa fermare una guerra deve esistere già all’interno della società un sentimento o un movimento culturale che accolga una simile immagine e la inserisca in un discorso politico.»

«Raramente le immagini riescono a far cambiare il corso di un conflitto. Le fotografie sulle torture di Abu Ghraib o le testimonianze sui civili colpiti dal fosforo bianco non hanno minimamente interrotto l’occupazione in Iraq.»

IiBN: «Quanto al giorno d’oggi l’apparente facilità di diffusione delle immagini, frutto delle nuove tecnologie, può servire da antidoto ai “pregiudizi, opinioni, fantasie e disinformazione”; o quanto piuttosto finisce con l’alimentarli?»

SM: «Ormai la diffusione costante e presente di immagini di morte può indurre nell’opinione pubblica addirittura una sorta di assuefazione, dovuta ad una banalizzazione della violenza e dell’atrocità, e una percezione di ineluttabilità delle violenze: le guerre esistono, la violenza è sempre esistita. Le fotografie di atrocità non sono più testimonianze che indignano le coscienze ma diventano semplici immagini che, accolte per un attimo dalle persone, poi scivolano via sostituite da altre immagini ancora.»

«L’ampia diffusione, inoltre, decontestualizza le fotografie, impedendo all’osservatore di ragionare sul contesto in cui simili violenze sono state prodotte e di andare così a individuare le problematiche sociali che hanno determinato tali conflitti.»

«Si corre così il rischio che tutte le violenze diventino uguali, soltanto immagini appartenenti ad un genere fotografico, che la capacità critica dell’osservatore si perda nella rassegnazione di accettare le guerre come inevitabili presenze nell’esistenza umana.»

«La circolazione di immagini si ampia, il senso di denuncia e critica si assottiglia. La presenza delle fotografie è continua, ormai ognuno può scegliere la propria icona per denunciare la guerra o giustificarla, oppure semplicemente può decidere di rimanere indifferente.»

Annunci

3 Risposte to “Stefano Mannucci: “Luce sulla Guerra””

  1. fabusdr Says:

    Intervista assolutamente fantastica, soprattutto le risposte sono intelligenti, esaustive e estremamente interessanti.
    Fra l’altro è un soggetto che mi è particolarmente caro, da ragazzo guardavo sempre i documentari dello studio luce, che se non mi ricordo male andavano in onda il lunedì sera su Rai tre.
    Il rapporto fra fotografia e verità poi è un altro punto cruciale nella mia visione del mondo e della fotografia. Dall’intervista traspare con chiarezza cristallina come non sia la fotografia in sé ad essere documentaria, ma il suo possibile uso.
    Molto interessante anche il sottolineare l’assuefazione alle immagini, è un fenomeno verissimo, che vedo tutto attorno a me. Anche nella politica da qualche anno ormai si sente dire “è scandaloso”, “inaccettabil”, “inammissibile”, “vergognoso” ma nessuno poi è veramente scandalizzato, sono termini vuoti che non hanno più alcun significato.
    Quando torno in Italia, se lo trovo, mi compro il libro.
    ciao e grazie
    Fabiano Busdraghi

  2. Grazie a voi per avermi ospitata… :-)

  3. […] by Rosa Maria Puglisi on June 13, 2008 Segnalo la pubblicazione sul blog Idee in Bianco e Nero di una mia conversazione con Stefano Mannucci, autore del libro “Luce sulla Guerra” del […]

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: