9/11

Mi ricordo il momento. Ero seduto alla mia scrivania, qualche voce nell’open space dove allora lavoravo e subito andai “a vedere”. Era il sito della CNN e iniziavo a vedere l’immagine di un qualcosa di fumante in un grattacielo, grazie ad una webcam che ci teneva legati a ciò che avveniva oltre l’oceano. Dai primi titoli posti accanto al video in diretta, pareva trattarsi di una tragica fatalità che interessava una delle due torri gemelle, di cui non ricordavo neanche l’ esistenza. Dopo pochi minuti, giusto il tempo di capire che era stato un aereo a colpire l’enorme grattacielo, subito percepii un altro lampo, osservando il bagliore inconsueto attraverso la visione approssimativa della webcam, un’esplosione – capii un attimo dopo – praticamente “vista in diretta”. Il brusio nell’open space divenne una sorta di mormorio indistinto, poi più netto; gruppi di persone si avvicinavano per commentare, piuttosto scossi. Infine ciascuno tornò ai propri posti, tentando di lavorare, anche se non c’era verso di riuscirci. Non poteva essere una coincidenza, non era più un tragico incidente. Forse qualcosa sarebbe cambiato per tutti.

Credo che ciascuno abbia un ricordo di quel momento, qualsiasi sia il tipo di idea che si sia fatto successivamente, un ricordo legato al luogo in cui ha vissuto quel momento, a come lo abbia appreso, alla successiva consapevolezza, per me acquisita molto lentamente.

Dopo una settimana, forse anche meno (il tempo pareva scorrere con estrema rarefazione in quei giorni), riuscii a prendere una copia di un’edizione speciale del TIME, dedicata a “9/11”. Dalla prima foto in copertina mi accorsi che era quella visione delle cose che mi mancava, nonostante tutte le ore di televisione e di immagini, era un guardare diverso quello che pareva mancare per riuscire a rendere davvero reale, ossia davvero umano, quello che avevo appreso solo a livello di informazione e che non riusciva a sedimentarsi nella mia mente (era come il pulviscolo terribile e pregnante derivato dall’abbattimento dei due enormi giganti di acciaio e cemento e carne ed ossa e mobili e carta e denaro e lacrime e certezze e speranze).

Le foto che vedrete sono tutte e solo prese da quell’edizione, come se la stessi sfogliando, come fossi tornato indietro di sette anni.

Solo recentemente ho compreso, riguardando attentamente quelle pagine precariamente custodite negli scaffali della mia libreria, che tra le varie persone che fecero quegli scatti, alcuni soltanto erano professionisti, altri avevano scelto di consegnare i loro scatti alle agenzie, ma non è detto affatto che quello fosse il loro mestiere.

In quel momento si trovavano lì, davanti a qualcosa di enorme che pareva potesse venire giù. E che lo fece.

La polvere e l’odore acre pareva essere ovunque. Correre. Correre, non voltarsi indietro, se non per qualche breve istante. Qualcuno porta borse, per affari che non avranno luogo, altri hanno plichi sotto il braccio, che non avranno più destinatario.

Solo i fotografi, i cameramen, i pompieri, i giornalisti, gli infermieri, i medici, i poliziotti, solo loro rimangono nei pressi del disastro, ciascuno preso dal proprio compito.

Qualcuno di essi rimarrà poi vittima della propria dedizione, della propria passione o della propria compassione.

La fumata nera che partiva da ground zero si iniziava a vedere perfino dalle immagini satellitari. Ma la realtà delle cose era ben più terribile. Il dolore si faceva percepibile anche a distanza. Di spazio, ma anche di tempo. Il dolore continuava a persistere.

Volti di gente piangente ed attonita che guardavano oltre l’obiettivo, la nube enorme di polvere e la gente lontana che correva, correva e poi, quando la nube di polvere circondava ogni cosa, rimaneva attonita.

E poi il primo immenso schianto. Dopo poco tempo il secondo.

Tutto pareva essersi trasformato in un luogo lunare, ma drammaticamente reale.

Gente che pareva emergere da un set di un film horror, sbigottita e tremendamente silenziosa.

L’attività frenetica di medici, pompieri, infermieri, agenti e portantini.

Fratelli in tutti i disastri del mondo, come anche in questo. Basta una vita salvata a dare forza, non importa che ne siano morte più di mille, ogni vita è preziosa. Ogni vita è di nuovo preziosa.

La pausa di un agente che deve poter piangere per riuscire a continuare il suo lavoro. “Dovetti fermarmi a piangere, sapendo che altrimenti non avrei più avuto il tempo e le forze per farlo. Cercai un momento  per farlo, credo non più di trenta secondi, ma forse sbaglio. Iniziai a piangere. Senza quel pianto sapevo che non ce l’avrei fatta.”

Ma a venire giù, ancor prima che l’immensa materia delle torri, furono i corpi, coloro che caddero.

Da sette anni, quando penso a quel giorno, penso sempre a loro.

Ricordo che alla televisione passavano le immagini di foto irreali. Tutto appariva estremamente ambivalente. La grigia facciata del grattacielo, apparentemente indistruttibile, strideva con l’innaturale posizione dei corpi cadenti, ritratti nello strettissimo angolo di campo della foto.

Forse le immagini più dure sono proprio quelle della caduta delle persone. Apparivano come fossero sacchetti buttati giù, manichini inermi, ma davvero, davvero molto di più. Le loro ombre sulla superficie del grattacielo erano ancora più bizzarre, come la morte a cui andavano incontro o che avevano già incontrato, spiegavano gli esperti, in una sorta di compassione postuma, che però ci rincuorava un po’. Erano morti prima dell’impatto a terra. “Non avranno sofferto troppo.” Ma poi dopo un attimo si faceva viva in noi la considerazione che quello era solo un modo per razionalizzare l’orrore, il non poter comparare quell’evento con niente che fosse mai avvenuto prima. Veniva alla mente solo la tragedia delle bombe atomiche sul Giappone, niente altro che fosse comparabile con questo. Neanche le immagini dei film più catastrofisti ci avevano preparato o minimamente preservato da questo trauma, non c’era niente a proteggerci dall’orrore.

Immagino che in quei giorni la redazione del TIME sia stata letteralmente subissata di immagini, di foto. Perché mai scelsero quelle su centinaia? Credo che il senso fosse documentare con dignità l’evento, quindi ancora una volta, farlo con obiettività, ma anche con umanità. Non è una cosa da poco.

Scatti fatti anche in altri luoghi di quello strano paese così diverso dal nostro, ritraevano volti di ragazzi che fissano attoniti la televisione, rapiti in un unico, immenso incubo. Ognuno viveva il dolore a suo modo, l’orrore a suo modo. Erano proprio come noi.

Al momento dell’impatto gli uffici erano ancora pieni di inservienti, impiegati, davvero pochissimi dirigenti; riflettendoci ancora oggi, evitando per quanto possibile ogni dietrologia inutile, per me è paradossale che un attacco del genere, ad edifici del genere, in realtà abbia colpito direttamente in prevalenza persone qualunque, non certo chi, uno supponga, i terroristi avessero in mente di colpire.

Questo e tanti, tanti altri quesiti e dubbi sono stati e rimarranno tali per molti altri anni.

L’attacco al Pentagono pare meriti una sola foto.

Le ultime pagine sono dedicate alla cura dei feriti, alle preghiere per i morti, a ciò che cerca di riconciliare l’inconcepibile: cielo e terra, la polvere nei polmoni ed il cuore. Le lacrime non vengono subito. Ci vogliono giorni perché escano.

Ci sono anche altre pagine in quell’edizione del TIME, rese inutili ed insulse dalla storia, pagine di commenti politici e valutazioni sul da farsi. Pagine di cui si potrebbe fare, anzi credo si debba fare, a meno.

Nei prossimi anni, forse, questa data non sarà più vissuta in questo modo, il pensiero si affievolirà, e non ricorderemo più dove eravamo quel giorno, cosa stavamo facendo e con chi. Interiorizzeremo il dolore, l’angoscia, il dubbio. Più avanti ancora ricordare sarà solo una questione di numeri, in essi il nostro ricordo rimarrà fisso. 9/11.

Lista degli autori/agenzie, dalla prima pagina in poi dell’edizione di TIME “September 11 2001”:

Lyle Overko – Gamma
Gulnara Samoilova – AP
Robert Clark – Aurora for Time
Spencer Platt – Getty Images
Suzanne Plunket – AP
David Surowiecki – Getty Images
James Nachtwey – VII for Time
(sono sue molte foto)
Angel Franco – The New York Times (una delle più intense: gente che piange, quasi senza più forze)
Justin Kane – The New York Times (didascalia: “L’aiuto dato da uno dei reparti di pronto intervento più avanzati al mondo in una delle peggiori condizioni al mondo”)

Harry Zernike – Gamma
Ruth Fremson – The New York Times (un poliziotto si ferma a piangere un attimo in un bar prima di continuare a portare aiuto)
Timothy Fader – Gamma for Time

Foto da altre parti d’America della gente che guarda terrorizzata i telegiornali:
Danny Wilcoz Frazier – IOWA City Press Citizen/AP

La comunicazione a Bush del secondo aereo:
Doug Mills – AP (quasi le stesse immagini del film “9/11”)

L’attacco al Pentagono:
Tom Horan – AP

Sitografia:

TIME – Foto di James Nachtwey

Foto di Lyle Overko

Foto di Gulnara Samoilova

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Una Risposta to “9/11”

  1. Gran belle foto e gran bel post. Complimenti

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