Fotogiornalismo: la questione italiana

La scorso 24 aprile, a Roma, presso l’ISA (Istituto Superiore Antincendi) ha trovato ospitalità il dibattito sul fotogiornalismo denominato “Appunti sul fotogiornalismo: la questione italiana“. Questo è il primo convegno nazionale sul tema, che ha visto la partecipazione non solo di addetti ai lavori, ma anche di appassionati di fotografia e fotogiornalismo e “chiunque tenesse all’informazione libera in Italia”. Di seguito troverete delle impressioni in prima persona, senza alcuna pretesa di oggettività, dell’evento stesso e del dibattito che ne è scaturito.

Solo pochi giorni prima avevo letto l’editoriale di Sandro Iovine sull’ultimo numero de “IL FOTOGRAFO” (qui l’articolo) dove si parlava di una conferenza sul fotogiornalismo alla quale non erano invitati solo gli addetti ai lavori, ma anche gli appassionati di fotografia e chiunque tenesse all’informazione libera in Italia… Non potevo quindi mancare ad un appuntamento come questo, in quanto appassionato di fotografia e certamente anche inguaribile ottimista, perfino rispetto al fatto che qualcosa possa cambiare in Italia rispetto alla situazione davvero asfittica della stampa… Bisogna aggiungere che questa iniziativa era quasi immediatamente seguente a quella del Festival della Fotografia Etica tenutosi a Lodi; questo era quindi un altro modo di continuare un discorso che comunque abbiamo tutti a cuore, ossia principalmente quello di poter sentire “altre voci” (o più nello specifico direi  “guardare ad altri sguardi”) nel panorama dell’informazione fotogiornalistica, voci che spessissimo non trovano editori in Italia.

Ritornando al convegno tenutosi ieri, bisogna perlomeno specificare che è stato ideato e realizzato in primis da Maurizio De Bonis e Sandro Iovine, con il contributo essenziale di Emilio d’Itri (di Officine Fotografiche) i quali hanno poi invitato e coinvolto relatori molto qualificati:  Giorgio Cosulich (fotogiornalista e docente), Leo Brogioni (fotogiornalista e docente di fotogiornalismo), Emanuele Cremaschi (fotogiornalista), Alessandro Grassani (fotogiornalista).

L’introduzione di Maurizio De Bonis al dibattito (introduzione nel vero senso della parola, in quanto a ben vedere la mole di appunti, non era che l’incipit di un discorso molto più articolato) ha focalizzato l’attenzione sulla situazione romana del fotogiornalismo, ambiente in cui ci si trova a fare i conti continuamente con potentati editoriali i quali hanno interesse a propagandare solamente un tipo ben specifico di fotogiornalismo ed anche più in generale di fotografia. Ci si trova quindi davanti ad una sorta di gregariato culturale della fotografia, rispetto ad altre forme di espressione (in particolare a Roma si sente fortemente il divario tra fotografia e cinema, non solo nell’ambito fotogiornalistico, ma in senso più ampio si nota da parte degli addetti ai lavori un atteggiamento snobistico rispetto alla fotografia). Chi sono quindi gli attori di questi potentati editoriali? Editori, caporedattori, photoeditor, galleristi e curatori sono i protagonisti di queste realtà, mentre invece i fotografi pare abbiano sempre più assunto un ruolo marginale, non sono più in grado di portare avanti progetti in modo autonomo e consapevole, se non in rari casi. Ci si trova quindi di fronte alla mancanza della responsabilità autoriale del fotogiornalista; questa mancanza si esplicita in vari modi: dalla creazione di reportage “sotto dettatura” dei caporedattori,  a quella della realizzazione di progetti anche validi e parzialmente indipendenti, dove però si cade nell’ultima fase, quella che porta il lavoro al grande pubblico. Spesso infatti questi lavori vengono tagliuzzati dai photoeditor fino a divenire tutt’altra cosa rispetto alle intenzioni iniziali del fotografo. Di rado i giornali pubblicano le foto con il nome dell’autore delle stesse, non c’è alcun senso etico nella selezione delle foto, ma l’interesse assoluto è quello di vendere copie del giornale. A questo punto dell’introduzione uno spezzone del film Full Metal Jacket ci illumina sulla debolezza del fotografo quando è condizionato, quando fotografa “sotto dettatura”, quando non è libero di interpretare con il suo sguardo la realtà, nella correttezza dell’informazione, ma anche nel discrimine di ciò che è etico e di ciò che non lo è. La pubblicazione su un quotidiano nazionale della foto di un bambino di haiti, nudo e terrorizzato dal sisma, non aggiunge nulla all’informazione, ma certamente è d’aiuto alla vendita del giornale, si calpesta ogni dignità per semplici calcoli economici. l’intervento di Maurizio De Bonis si conclude quindi con la lettura di un articolo apparso su IlSole-24Ore ad opera di Alessandro Berardinelli dove Maurizio ci suggerisce di sostituire alle parole “filosofo” e “filosofia” rispettivamente “fotografo” e “fotografia”: ne esce quindi un forte richiamo alla capacità critica ed alla libertà di farne uso, per discernere meglio ciò che sia giusto ed etico da ciò che sia meramente opportuno e conveniente.

L’intervento di Sandro Iovine ci presenta lo stato attuale dell’informazione fotogiornalistica. Si prende in considerazione la lista dei premiati all’ultimo WordPressPhoto 2010:
63 fotografi premiati
9   fotografi italiani
10 premi fotografici
quasi tutti i lavori dei fotografi italiano vengono fatti fuori dall’Italia e comunque per riviste o giornali non italiani, sintomo di un malessere evidente.  In Italia si assiste tuttavia alla nascita di collettivi fotografici dove i fotografi prendono un tema comune e lo portano avanti in parallelo, indagando approfonditamente realtà complesse, spesso mostrate dai media sempre in modo superficiale e banale. Di chi è la colpa della scarsa qualità dei lavori fotogiornalistici che approdano alle edicole italiane? Partiamo dalla consapevolezza che in Italia esiste un solo corso di fotogiornalismo e che esiste una sola associazione dei photoeditor. Tuttavia in rari casi i photoeditor presenti nelle redazioni hanno le competenze necessarie per comprendere un progetto fotografico e renderlo al meglio, rispettandone il progetto originale, sulle pagine di un giornale o di una rivista. Si passa quindi all’analisi di un servizio di attualità realizzato fuori dall’Italia, in una situazione di conflitto armato. Si nota che l’impatto delle foto, la loro grandezza, la grafica complessiva entro la quale il servizio viene impaginato graficamente (testo ed immagini), diminuiscono di intensità a mano a mano che ci si avvicina alla pubblicità a pagina intera di una crema per bambini, “ideale anche per ogni pelle delicata”. L’articolo giornalistico è quindi completamente succube dell’inserzionista pubblicitario. Ultima nota, questa volta positiva, è per rarissimi casi di photoeditor che mostrano finalmente un’attenzione alla fotografia ed alla narrazione fotografica.

E’ stata quindi la volta di Leo Brogioni, che ha proposto i risultati di un sondaggio abbastanza recente (2008-2009) riguardo i giornalisti italiani, dove circa il 50% degli italiani li reputa pessimi, mentre al contempo risulta altissima la richiesta di inchieste giornalistiche e fotogiornalistiche; in particolare ciò che gli italiani richiedono e pretendono da un giornalista (da estendere quindi anche a chi fa fotogiornalismo) sono le seguenti capacità: selezione delle fonti, attendibilità delle notizie, verifica delle stesse, piacevolezza nell’esposizione.  Le considerazioni invece sull’attuale realtà del fotogiornalismo sono piuttosto amare: molti fotogiornalisti vanno all’estero, gli editori spesso scelgono di ingannare e prendere in giro in modo “consapevole” i loro lettori, esistono evidenti “imbuti editoriali” che scremano aprioristicamente l’informazione (compresi i servizi fotogiornalistici), esiste un continuo ricorso a temi futili, che servono ad occultare i temi realmente importanti. Come note finali Brogioni ricorda che moltissimi fotoreporter non siano purtroppo iscritti all’Ordine dei Giornalisti e che sia invece fondamentale un pieno riconoscimento del lavoro del fotografo.

L’intervento di Giorgio Cosulich è partito da un ricordo personale del padre, fotoreporter negli anni ’60 e dai suoi racconti di umanità relativamente alle persone che immortalava con i suoi scatti e da una sua frase che gli rimase impressa: “La fotografia è un punto di arrivo, prima bisogna capire altrimenti il  tuo scatto è uno dei tanti”; conoscere, parlare, condividere l’umanità, prima di ritrarre fotograficamente una persona, rispettandone sempre la dignità. Robert Frank e Eugene Smith sono per Cosulich dei capisaldi dal punto di vista etico. Spesso si nota che il fotografo è lui stesso il soggetto delle sue foto, esibendo uno stile: questo porta talvolta a delle esagerazioni. Negli ultimi anni si notano anche delle correnti estetiche che si focalizzano nella postproduzione dell’immagine, tanto da farne un cliché. In generale il ricorso al mezzo tecnico nel contesto del fotogiornalismo, allontana dalle idee e dai contenuti: spesso si vedono foto quadrate, alcune volte addirittura foto tonde: una vera pazzia a pensarci bene.

Emanuele Cremaschi parte dalla sua autobiografia per farci capire che è la passione che lo guida e niente altro: ad un solo esame dalla laurea lascia tutto ed intraprende il percorso del fotogiornalismo. Il suo percorso tecnico è dal digitale alla pellicola, poi alla camera oscura, ossia quasi inverso a quello che qualche anno fa ci si sarebbe aspettato da un fotografo. Inizia la collaborazione con agenzie di stampa, poi passa a PROSPEKT, che ritiene essere un’agenzia interessante, giovane ed autoriale. Alcune considerazioni di Cremaschi mi fanno pensare in modo davvero positivo, forse sono quelle che più di tutte per me hanno lascito il segno in una giornata davvero particolare come questa: “Non mi interessa vedere una foto bellissima, ma foto che parlano e raccontano.” – “Comunicazione, conoscenza, libertà. Se sei serio, onesto, non ci dormi la notte.” – “Ho ricevuto un SMS con scritto Haiti? Ho risposto subito:  No.” – “Cosa ci facciamo di tutto questo lavoro? Nessuno lo pubblica, che ci si fa?”. Un’ultima parola è di conforto, riguarda la presenza, nuova, di collettivi fotografici in cui si salva l’autorialità e la libertà di espressione.

Alessandro Grassani ci fa conoscere la sua esperienza: affascinato dai grandi lavori di reportage, per lui l’impatto con il fotogiornalismo è stato senza mezzi termini “drammatico”, il solo scopo era quello di portare a casa la foto. Grassani ha quindi inziato a lavorare da solo, fino ad approdare all’agenzia Grazia Neri, che, come purtroppo sappiamo, ha chiuso circa un anno fa. Ora lavora con la LuzPhoto, una nuova agenzia appena fondata.

Nel pomeriggio è iniziata una tavola rotonda in cui i partecipanti ponevano domande ai relatori ed agli organizzatori dell’evento, con una forte (e talvolta empatica) partecipazione del pubblico.

Addendum

Di seguito allego delle slide dell’intervento di Sandro Iovine al convegno, da lui gentilmente messe a disposizione; tali slide esaminano un articolo di Panorama del 22 aprile 2010, portato ad esempio da Sandro Iovine nel corso del suo intervento; l’articolo viene esaminato quindi nella sua proposizione grafica e contenutistica, notando come, man mano che ci si avvicini alla pagina dell’inserzione pubblicitaria, vada diminuendo la tensione che normalmente connoterebbe un articolo di questo tipo.

Un articolo di Panorama del 22 aprile 2010 portato ad esempio da Sandro Iovine nel corso del suo intervento:

Un articolo di Panorama de 22 aprile 2010 portato ad esempio da Sandro Iovine nel corso del suo intervento.

La doppia pagina finale dell’articolo esaminato nella sua formulazione originale:

La doppia pagina finale dell’articolo esaminato nella sua formulazione originale.


Una parte dell’analisi delle caratteristiche della pagina di pubblicità che chiude l’articolo esaminato:

Una parte dell’analisi delle caratteristiche della pagina di pubblicità che chiude l’articolo esaminato.


Cosa accadrebbe sostituendo un box neutro e conforme alla pagina di pubblicità, con una foto, quella d’apertura, dai contenuti forti:

Cosa accadrebbe sostituendo un box neutro e conforme alla pagina di pubblicità, con una foto, quella d’apertura, dai contenuti forti.


L’ultima slide riguarda invece una successiva analisi relativa all’utilizzo (e alla precedente selezione ad opera dei photoeditor) delle fotografie giornalistiche da parte dei principali media italiani, messe a confronto con quelle della stampa estera, per informare l’opinione pubblica riguardo l’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajökull, denominato quasi sempre dai media italiani “il vulcano dal nome impronunciabile”.

Un confronto parziale tra le immagini utilizzate dalla stampa italiana e da quella estera per illustrare l’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajökull:

Un confronto parziale tra le immagini utilizzate dalla stampa italiana e da quella estera per illustrare l'eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajökull


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2 Risposte to “Fotogiornalismo: la questione italiana”

  1. Mario Macaluso Says:

    mi piacerebbe inserire nel contesto di questo post la segnalazione di un (per me) illuminante recente scritto di Scianna:

    “L’etica è l’etica. Non credo che esista un’etica specifica del giornalismo, con una sottoetica del fotogiornalismo”.

    In un momento storico in cui siamo sempre più circondati da immagini e pubblicità, e soprattutto in cui “le guerre, il terrorismo, si guerreggiano anche con le fotografie” l’autore riflette sul ruolo del fotografo e della fotografia. Attraverso numerosi esempi Scianna pone alcuni quesiti importanti sulle ambiguità morali insite nel mezzo fotografico: oggi la tragedia si vende, immagini di morti violente e disastri sono sempre più diffuse e alimentano l’economia dei giornali.

    Quale alibi etico si pone in questo caso per il fotografo?
    Questo continuo vedere foto di cadaveri ci ha reso insensibili di fronte alla morte, tanto da riuscire a passare con leggerezza dall’immagine di un cadavere a quella di un oggetto di consumo?
    Di fronte a questo bombardamento di immagini, la fotografia ha ancora il ruolo di documento?
    La fotografia mostra la realtà o spesso attraverso una fotografia si cerca di dimostrare una tesi specifica?
    I fotografi hanno ancora l’esigenza di raccontare il mondo o solo di esporre e vendere in gallerie?
    Per l’autore rimangono regole linguistiche e di comunicazione, ma soprattutto un’etica interna, diverse tra il mercato dell’arte e il fotogiornalismo.

    AUTORE: Ferdinando Scianna
    ISBN: 978883706822
    ANNO PUBBLICAZIONE: 2010
    PREZZO: € 19,00
    EDITORE: Electa
    COLLANA: Pesci rossi

  2. Mario Macaluso Says:

    poi c’e’ anche questo post sul blog "Fotocrazia" di Michele Smargiassi (Repubblica.it), con relativo dibattito.

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